Daniel e il pronto soccorso umano…

candela accesa

Ieri seri stavo per attraversare con un amica in macchina il viale Lombardia, quando ci accorgiamo che c’é un camion fermo e vedo una bicicletta per terra.
Scendo e mi avvicino velocemente scorgendo un ragazzo a terra, era braccia aperte.
Mi accosto a lui e gli poso una mano sul viso, il corpo era violaceo e non c’erano emorragie esterne evidenti. Mi é emersa la paura che non ce la potesse fare, allora lo chiamavo e gli ho girato un pò il viso perché nella bocca era pieno di liquido, magari riusciva a sputarlo fuori.
Secondo le norme di soccorso, non potevo muoverlo. Ha reagito e ha girato la faccia di scatto, per un attimo é riemerso guardandomi una volta e poi ancora una volta. Lo chiamavo e dicevo di stare qui, c’era ancora, lottava ancora. Gli parlavo, c’era ancora.
Tutte le persone che erano arrivate sul luogo già prima di me, stavano a 5-6 metri di distanza; impauriti, scioccati, congelati. C’era l’autista del camion che diceva a tutti: “avete visto che passavo con il verde, vero?” Era In stato di shock, con una spinta enorme di senso di colpa che lo sbatacchiava di qua e di la del camion.
Io guardavo Daniel, l’ho scoperto stamane che si chiamava cosí, gli stavo vicino con la voce. In quel momento mi viene in mente il Bardo Todol, il libro tibetano dei morti, anche se facevo di tutto per farlo rimanere qui.
Poi é arrivata l’ambulanza e sono scesi i soccorritori, appena é arrivata il medico, mi sono spostato e ho lasciato la responsabilità di starli vicino a loro, come da prassi.
La dottoressa l’ha guardato un attimo e ha usato un misuratore sul polso, ha chiesto l’ossigeno a un suo assistente e poi mi sono definitivamente eclissato.
Attimi interminabili. Poi siamo andati via e per alcune ore siamo stati a qualche centinaia di metri.
Ogni tanto in questo lasso di tempo mi tornava il suo sguardo, quel suo momento di ritorno, quello sguardo che mi diceva: ci sono.
In questo lasso di tempo talvolta si sentivano sirene e a un cento punto ho avuto la sensazione che se ne fosse andato, che aveva seguito la luce…
M’incammino a piedi in quella direzione, vedo varie macchine dei carabinieri, un sacco di gente e quella sensazione inizia a diventare certezza. Il silenzio solenne che osservava tutta la gente, era spezzato solo dalle urla di disperazione del papà di Daniel.
E poi il corpo coperto da un telo verde, i numerini per terra e il nastro california che bloccava l’accesso a tutta l’area hanno fatto il resto.
Vedere quel telo dove poco prima scorgevo la lotta di quel ragazzo, dove sentivo i suoi ultimi respiri, dove vedevo il suo sguardo, mi ha lasciato a mezz’aria.
Intorno un sacco di ragazzi della stessa età, probabilmente tutti suoi amici, abitava a cento metri dall’incidente.
Poi pensavo ai protocolli del pronto soccorso, a tutta quella tecnologia che viene utilizzata senza entrare in contatto intimo con le persone che incontrano, come se oramai siamo dei robot che non funzionano. Siamo arrivati a una scienza medica che non considera l’anima o la coscienza o quella luce indipendente che ci brilla dentro. Quel bagliore al di là del corpo, quella fiamma incandescente che abbiamo dentro, quell’identità che è al di là dei documenti, del gruppo sanguigno, di ciò che descrive chi siamo attraverso delle caratteristiche fisiche. Sia chiaro, quel medico sono sicuro che ha fatto tutto quello che poteva e i soccorsi sono arrivati in brevissimo tempo. Mi domando noi come società, come organizzazione sociale dove siamo arrivati.
In tutti i libri sacri, dalla Bibbia alle Upanishad, nel Bardo Todol, nel Corano, Nel Talmud c’é congruenza su questa luce, come se in fondo al cammino di ogni religione, ci sia unità in questa piccola e immensa luce.
Poi incontro Peppe, che conosco dalle scorribande che facevamo da ragazzini, gli racconto di ciò che stavo provando e mi dice: “Perché non sei rimasto?”
Ho sentito la responsabilità di essermene andato.
Me ne sono andato sapendo bene che secondo le nostre modalità di soccorso, un estraneo non può stare vicino a una persona che viene assistita medicamente d’emergenza. Sarei stato mandato via e considerato un disturbatore invece che un accompagnatore, un accompagnatore del profondo, un vicino di anima…
E poi ho come sentito che sono stato l’ultimo a parlargli, ad entrare in contatto profondo con lui, a dargli l’ultimo saluto prima di seguire la luce.
Questa mattina mi sono alzato pensando di scrivere su di lui. Sono andato a vedere su internet chi era, scopro il suo nome. Apro un Ipad che non usavo da quasi un anno e apro le note.

Nella prima pagina che mi si apre davanti nuova c’é una parola:

Daniel

Guardo quando é stata scritta e risale a 282 giorni fa.

Senza lasciarmi impressionare inizio a scrivere.

Eccoci qui.

Io non l’ho mai conosciuto prima Daniel, ma sono certo che mi rimarrà nel cuore tutta la vita.

DANIEL ha finito di lottare,
È FELICE ORA.

Le mie più sentite condoglianze per chi ha perso il suo affetto.

Alberto

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2 commenti

  1. Ciao Alberto. Mi sono permessa di pubblicare il tuo pensiero nel blog del gruppo di lettura ad alta voce “Voci in Viaggio” di cui faccio parte. Siamo sempre attenti e vigili riguardo alle emergenze sociali. Lo sono in particolar modo dopo aver sentito una testimonianza di alcuni volontari di Emergency in cui hanno fatto presente che la loro organizzazione non è presente solo in Afghanista, Iraq e altri luoghi in cui la guerra imperversa. Sono molto vicini anche a noi, a Mestre, ad esempio dove il loro servizio è usufruito da tanta altra gente che non riesce più a trovare una connessione con il mondo in cui viviamo, con quel mondo che ci vuole tutti uguali, sempre attivi e produttivi e soprattutto autonomi. Un mondo in cui non devi chiedere tanto e in cui, a volte, ti insegna a non rispondere alle domande, soprattutto a quelle di aiuto.
    Grazie Alberto!
    vociinviaggio.blogspot.com

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