Afghanistan da Mazar el sharif a Kabul

Sto seduto in un giardino, con ai bordi un roseto, all’ombra di una decina di pini, alcuni di loro gemelli. C’é una miriade di fringuelli che cantano e sfamano alcuni piccolini tra le mattonelle di queste mura di cinta di almeno otto metri. Di sottofondo le auto nel traffico della strada qui dietro, quella che arriva dall’ospedale di emergency. Siamo di nuovo a kabul.
Ieri abbiamo affrontato il salang pass, 3400 metri di morbidezza tra strade sterrate, camion bloccati e tempeste di sabbia. Sempre presente però il fiume salang da cui prendono l’acqua e la incanalano dentro dei tubi che aiutano a rinfrescare le auto e le persone in questa grande traversata. I camion viaggiano a passo d’uomo e le auto sorpassano intrepide anche sulla corsia “d’emergenza” dall’altra parte, ciò lo rende più una partita di buskashi, quel gioco a squadre a cavallo per accaparrarsi la carcassa di capr, che un tragitto di montagna. Sebbene l’intensità fosse alta, la pace nel cuore permaneva in questo viaggio sulle montagne, tra camion super decorati, montagne ardue e questo bellissimo fiume che ci accompagnava. Nassim si é dimostrato un ottimo cavaliere, un autista attento e cauto. Per nobilitare questo passaggio e per creare un armonia con queste montagne nassim ha tirato fuori uno di quei prodotti a km zero di mazar, un must in afghanistan.
Dopo aver passato vari propedeutici tunnel, siamo arrivati al salang, uno dei più alti al mondo. Dentro il tunnel il traffico si é fermato, fiorella ha iniziato ad agitarsi e ho fatto passare tramite la ventola dell’aria un buon olio essenziale di eucalipto per dare sollievo a questa attesa, la traquillità di nassim e la mia ha fatto il resto. Per fare quei due chilometri e seicento metri ci abbiamo messo un oretta. Dall’altra parte una splendida vista ci ha aspettato e questo vento di montagna, sebbene sotto il caldo dello zenith, ci accarezzava la faccia con la sua presenza. Nella discesa ci siamo fermati a un chioschetto sotto degli alberi a mangiare gelsi bianchi e a bere del latte di capra con la menta. Il turbante bagnato sulla testa era il sollievo che ci voleva… Eravamo diretti a bamiyan, il luogo dove hanno fatto saltare i budda di pietra, ma anche questa volta ci sono arrivate una serie di paure, sia dagli amici afghani di nassim che da un amico italiano, che ci hanno fatto decidere di desistere e tornare a kabul. Città tra l’altro più agitata che il resto del paese. le problematiche dei governi e dei militari dei vari paesi che li rappresentano.
I giorni prima a Mazar el Sharif gli abbiamo passati facedo gite fuori porta. Un giorno con il nostro mevlana sufi muhammad yunus siamo stati a balkh, l’antica Battra, la seconda città più antica del paese che venne distrutta dall’orda dei mongoli. Rumi se ne andò con la sua famiglia poco prima che accaddé e marco polo arrivato lí cinquant’anni dopo la trovò già in rovina. La nostra gentile guida spirituale in balkh ci ha portato a vedere i resti della madrasa del padre di rumi, anch’egli maestro spirituale. Poi abbiamo visitato la tomba di rabi’e balkh,
la prima autrice di poesia erotica e mistica persiana. Si dice che sia stata murata viva da suo fratello per via del suo amore con uno schiavo e tagliandosi le vene dei polsi scrisse la sua ultima poesia:

Amore

Sono prigioniera nella tela dell’Amore, così ingannatrice

che nessuno dei miei sforzi dà frutto.

Non sapevo, quando cavalcavo la determinazione dal sangue nobile

che più forte tiravo le sue redini meno mi prestava attenzione.

L’Amore è un oceano dallo spazio così ampio

che nessun saggio può nuotarci, in nessun punto.

Chi ama davvero dovrebbe essere fedele sino alla fine

e fronteggiare le abitudinarie condanne della vita.

Quando vedi cose orrende, le immagini armoniose,

mangi il veleno e senti la dolcezza dello zucchero.

Con Il nostro mevlana viaggiavamo tra aneddoti e parti di poesie di jalal al din rumi.
Poi ci siamo ritirati con un melone un anguria e tanta frutta nella casa di campagna di suoi amici, all’ombra di gelsi, godendoci la pace della natura nel luogo dove si ritira yunus a leggere.

Il giorno dopo siamo stati con yussuf, che avevo conosciuto la sera prima con un passaggio in taxi e che mi aveva dato l’impressione di una persona piacevole e affidabile a samangan, a due ore da mazar. Li vicino abbiamo visitato uno stupa buddista di 28 metri scolpito nella roccia con in cima un harmika che avrebbe dovuto contenere le relique del sito. Anche se le informazioni sono contrastanti, il sito pare abbia duemila anni. Sotto il sito si trovano cinque caverne anch’esse scolpite nella roccia, tra cui le celle di meditazione, due cupole di dodici metri, una con un gigantesco fiore di loto. La luce entra soffusa da una finesta scavata e dona un atmosfera di pace.

Samangan é anche conosciuta per due strumenti musicali tipici afghani, il dutar, una sorta di liuto a due corde e lo zirbághalí, un tamburo di ceramica. Di quest’ultimo Ne trovai uno che suonava veramente bene ma il proprietario sembrava restio a vendermelo, se non per un alto prezzo in confronto a quelli degli altri. Mi pareva di capire che dei bambini lo suonassero. Rimango un pò li per contrattare dicendogli di farsene fare un altro, quando a un certo punto arriva suo figlio con un risho e si siede vicino al tamburo. Gli chiedo di suonare e inizia un ritmo bellissimo a cui fiorella prende parte ballando in mezzo al chioschetto. Una scena divertentissima. C’é sempre da tenere presente che le donne si espongono molto poco da queste parti…
Alla fine preferisco lasciarlo a quel bambino, che tra l’altro é molto più bravo di me a suonarlo, ho apprezzato il remore di suo padre nel venderlo e lungeva da me essere responsabile della loro disarmonia per questioni di soldi che comprano oggetti e chiudono il cuore.

Tornati a mazar dopo aver incontrato il nostro mevlana sufi in albergo, andiamo a fare esperienza dell’hamam afghano. Mi avevano detto di non aspettarsi gran ché, e quindi ci vado pensando di andare a qualcosa come una doccia. Infatti nella parte degli uomini c’erano delle stanzette singole dove ti potevi lavare, niente di più. Invece fiorella, fatta accompagnare da delle donne in burka, esce raccontandomi di questa stanza ampia dove tutte le donne e i bambini erano nudi, con le donne che le giravano attorno insaponandola e togliendole la prima pelle con dei tessuti di cotone e i bambini che commentavano probabilmente il suo corpo. Nell’intimità le donne sono molto più disinibite di quanto possa sembrare e gli uomini, sebbene persone di caratura con queste montagne, nell’intimità si trovano pieni di vergogna. Che mondo strano l’afghanistan…

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