MORTE E COLPA

C’è un camino che sta creando delle stalattiti di ghiaccio, goccia a goccia buca la montagna di neve che si è ammassata sul tetto. Il fumo dei comignoli sembra intensifichi l’aria. Si sente spalare la neve senza sosta qui sotto. Approfittano di questi momenti in cui nevica poco. Il pino afflosciato con la neve, si è rintanato dentro i suoi aghi. Stamane la tormenta sembrava aver fermato tutti. Le scuole erano chiuse e i bambini erano in fibrillazione dall’alba, per scendere e godere di questi bianchi cristalli.

Giocare con la neve dà libero spazio alla fantasia e inventiva, è un grande foglio bianco sui cui si può scrivere ogni cosa. Ci sono quelli che prediligono le classiche palle di neve e i pupazzi e quelli più spericolati che scendono con gli slittini e con i bob giù dalle discese. Per i bambini è avanti tutta fino allo sfinimento, bagnati fradici, contenti e soddisfatti. La neve ha la capacità di rendere luminosi i luoghi più grigi, di farli rivivere di una nuova atmosfera. La sera quando si cammina ed è tutto innevato, le luci artificiali diventano superflue.

Oggi è arrivato Simone, è venuto a chiedermi aiuto per fare un ricorso contro Equitalia, gli hanno mandato 1.700 euro di multe da pagare. Abbiamo fatto ricorso al giudice di pace per non pagarle, anche perché forse è stato suo nonno ottantenne ad entrare come sempre aveva fatto nel centro storico e probabilmente le nuove telecamere avevano fotografato la sua normale incursione. Ora lui è morto e non si può neanche perlustrare tra i suoi ricordi. Suo nonno era stato deportato ad Auschwitz, a Simone ha raccontato che aveva raccolto tantissimi cadaveri, era un luogo pazzesco. Poi era riuscito ad entrare a lavorare in cucina, un grande privilegio per un deportato. Sono scappati con un furgoncino carico di qualcosa di simile alla margarina, gli raccontava che per alcuni giorni non mangiava niente altro, fino a quando non gli si era gonfiato tutto il collo. Chissà cosa c’era dentro. Al suo ritorno in Italia aprì un’impresa di pompe funebri, aveva una certa esperienza.  Simone raccontava che alcuni anni fa era entrato in una stanza mentre suo nonno ed un altro stavano mettendo dei punti, dietro la nuca di un ragazzo morto insieme a quattro altri suoi amici in un incidente stradale. Stavano mangiando dello gnocco fritto: era rimasto scioccato.

Chi conosce molto la morte riesce a non immedesimarcisi più. La paura davanti a un cadavere svanisce e diventa una realtà. La realtà di un fenomeno che ci è davanti, un corpo senza più luce negli occhi, senza più vita. Simone porta avanti ancora l’impresa, anche se non ha proprio la verve e l’esperienza di suo nonno. Era un uomo molto gioioso e sorridente.  Manu, il figlio di Simone, una volta mentre giocava con altri bambini e tirava un carretto disse: “ Dài che ho fretta…non vedete che c’ho un morto!”.  I bambini sono incredibili quando imitano il lavoro dei genitori.

Io ho perso mio padre più di dieci anni fa.

Vivevo ai Caraibi a quel tempo, avevo trovato un passaggio in barca a vela dalle Canarie per fare la traversata fino a Barbados. Diciotto giorni di mare e cielo blu. La mia intenzione era di fare il giro del mondo, avevo ventidue anni. Da Barbados mi ero spostato poi a Martinica, mi avevano fatto il foglio di via perché ero immigrato clandestino. Un bianco clandestino in mezzo ai neri. Ho sentito fortemente cosa vuol dire il razzismo di ritorno. Ero andato a Martinica perché era ufficialmente francese e con la carta d’identità potevo viverci senza problemi. Trovavo lavoretti di cucina senza aver mai cucinato prima, la mia appartenenza all’Italia garantiva per me e me la scampavo. Ero partito dalle Canarie con cento pesetas in tasca, l’equivalente di un euro…  L’aver superato le difficoltà iniziali mi faceva sentire che avrei potuto fare qualsiasi cosa, mi sono sentito per la prima volta padrone di me stesso e della mia vita.  Dopo qualche mese che stavo a Martinica, in cui ero felice e fiducioso nella vita, arriva una chiamata su un numero di telefono che avevo lasciato a disposizione per la mia famiglia in Italia, era quello di un amico italiano che viveva lì. Era mia sorella Lucia che diceva che mio padre era in coma e che sarebbe stato meglio che tornassi subito. Mi comprò il biglietto uno zio, perché con quel poco che avevo ci vivevo bene ma senza mettere da parte niente. Dopo due giorni di corse di aereo arrivai a Milano. Lucia e il suo ragazzo mi portarono in ospedale e nel tragitto lei mi raccontò di tutte le vicissitudini che si stavano accumulando. Mia madre non sapeva ancora niente per precauzione, aveva avuto esaurimenti nervosi fin da prima della mia nascita e Lucia pensava non avrebbe retto.  Il clima emozionale era da bomba a orologeria, ed era già partito il conto alla rovescia.  Ero abbronzato e in forma, appena qualche giorno prima mi svegliavo tuffandomi in un mare cristallino, stavo, come si suol dire “da dio”.

Arrivato in ospedale incontrai, sulla strada per la rianimazione, uno zio che guardandomi severo mi disse: “ E’ tutta colpa tua!” La mia reazione fu:”Se non ti sposti ti butto giù dal balcone”.       Altro chè clima da emergenza neve…

Fuori dalla rianimazione c’erano alcune persone della famiglia di mio padre, anche se non ricordo i loro volti. Chiesi di entrare subito. Si poteva entrare uno alla volta. Arrivai accanto a mio padre Antonio e lo trovai che sussultava di continuo, perche aveva la gola ostruita e non riusciva a respirare.  Il respiro vitale. Quell’aria che entra ed esce dalle narici, appena sopra il labbro superiore.

Rimasi a parlargli credendo che mi stesse ascoltando e gli promisi che lo avrei aiutato in qualunque condizione fosse uscito. La situazione era tremenda. Lucia ed io venimmo convocati dal primario del reparto, ci comunicò che l’intenzione dell’equipe era quella di aiutarlo a respirare, intervenedo chirurgicamente con una tracheotomia. Decidemmo di acconsentire e di assumerci questa immensa responsabilità. Lei aveva ventiquattro anni, io ventidue.  La mattina dopo a casa, mia madre era agitatissima non sapendo dove fosse mio padre e stava dando di matto. Chiedemmo trattamento sanitario di urgenza. Venne ricoverata all’ospedale psichiatrico, proprio a qualche centinaio di metri dalla rianimazione. Tutto ormai si svolgeva con un livello di ansia da urlo. Il pomeriggio mia sorella andò in tribunale per bloccare un processo in cui Antonio era coinvolto.

L’intensità della vita a volte si fa così densa, che un giorno è equiparabile a mesi passati a poltrire.

Intanto quasi tutti i parenti si erano opposti alla nostra scelta e inveivano contro la mancata richiesta di un loro parere. Molti di loro ce l’avevano pesantemente con noi. Antonio dopo due giorni morì. Scoppiò il pandemonio. Venimmo accusati, in particolare da due sue sorelle, di averlo ucciso. La frase ricorrente era: “ E’ tutta colpa vostra!” Una di loro è la moglie di quello zio che incontrai sulla strada per la rianimazione al mio arrivo. Come è facile immaginare, i rapporti con loro vennero troncati di netto e noi ci portammo per molti anni il pesante fardello della colpa.

La colpa, quel ricatto morale che fa vittima e carnefice, carnefice e vittima. Può essere così penetrante e condizionante nella vita quotidiana, da farci soffrire senza rendercene conto. La colpa si insinua come un serpente tra i boschi dell’animo umano e si manifesta nelle piccole cose. Finchè non comprendiamo bene il suo percorso di generazione, finchè non riusciamo ad essere così attenti da estirpare anche il più minuto germoglio nel momento in cui nasce, continuerà a manifestarsi quando meno ce lo si aspetta.

La colpa è una dinamica culturale che nasce in famiglia, apparentemente può sembrare uno scherzo, ma manifesta una crudeltà inconsapevole verso se stessi e gli altri. La colpa è nei piccoli gesti, nelle piccole trappole quotidiane in cui possiamo essere attratti o attrarre gli altri. La colpa è un gioco di tirannìa, se uno è sensibile a essere tratto in inganno, sarà facile che cerchi di trarre in inganno gli altri.

La colpa va tramutata in responsabilità.  Responsabilità verso i propri pensieri, verso le proprie azioni, verso se stessi e nei confronti degli altri. Mano a mano che la colpa svanisce e la responsabilità cresce,  diventa ad un certo punto responsabilità totale. Ogni atto compiuto nel cosmo è fatto a noi stessi. Siamo parte di questo cielo, di questa aria, di questo mare, di questo sole, di questa terra e di questa vita con gli altri. Marte è un pianeta lontano. Certo, è difficile. Siamo così abituati a credere di essere separati e così in tanti ci continuano a ricordare questa tesi, che finiamo per crederci. Ci ricordiamo che non è così solo quando siamo felici, perché l’essere felici è un’esperienza di unione.

La questione qui è: vuoi veramente liberarti dai condizionamenti?

Vuoi veramente essere felice?

Intanto dei merli sono partiti alla ricerca del cibo, proprio lì dove stavano spalando. Io e Lorella abbiamo lanciato loro dei semi. Hanno aspettato che richiudessimo la finestra per avvicinarsi. Li guardiamo con gioia.

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