Spurghi

Oggi mi sono alzato tardi. Facevo la nutria dentro il piumone. E’ uscito anche il sole, sebbene ancora le nuvole spupazzino il cielo. Dalla finestra sul tetto, in quella piccola torretta dove scrivo questi dialoghi interiori amplificati, vedo il santuario della Ghiara. La cosa bella del campanile che compone il complesso è l’orologio, che è stato per un anno, indietro di un quarto d’ora. Come a dire che il tempo è labile. Forse era uno scherzo dei monaci che conducono quel luogo, per permetterci di rinsavire. Le campane comunque rintoccavano allora esatta, un’ora dopo Greenwich.

A parte un corvo e qualche volatile qua e la, gli uccelli sembrano avere un gran da fare stamane. In compenso si sente forte e chiaro il camion degli spurghi, che pompa gli ultimi residui di una fogna otturata del mio vicino.

Quante sozzure ci portiamo dietro. L’uomo ha questa grande capacità di mostrare i lati belli di se stesso. Poi si guarda un po’ più a fondo e scopre anche tutte le malignità di cui è capace. Sarà bene ricordarselo. La storia dei viaggi continua ancora. Pensavamo di esserci liberati dalla carovana, quando all’altezza di Gap, troviamo un pulmino rosso con sette loschi individui, che ci suona senza sosta. Avevano anticipato la carovana…Al principio ci fu un enorme entusiasmo, ma capimmo subito, che non si trattava di missionari. La calma e fredda estate delle sei del mattino, fu travolta dall’eccitazione post-adolescenziale di buona parte del gruppo, che era ai primi viaggi. C’era qualcosa di karmico in tutto questo. Noi avevamo appena passato la notte svalicando, c’erano quattro gradi sulle montagne e così, per non fermarci a dormire all’agghiaccio e congelare, abbiamo deciso di proseguire senza sosta. Al volante ci alternavamo Lorella ed io per ovvi motivi. Sasha non aveva la patente. Lazzaro era esentato a prescindere. Così, stremati, ci siamo fermati giù nelle valli quando anche l’ultima goccia di attenzione si stava prosciugando.

Lazzaro, neanche a dirlo, aveva un sacco a pelo militare e si avvolse come un fagotto con un telo impermeabile. Sasha lo seguiva. Lo spirito Punk di Lazzaro era trascinante. I restanti passeggeri avevano due sacchi a pelo leggerissimi e hanno preferito dormire in macchina. Scomodi, ma almeno un po’ riparati dal freddo. Noi.  La bellezza, in un viaggio del genere, è che ci si scopre tutta la nostra nudità. Le capacità che si hanno sono quelle che si è acquisito e basta. Non c’è internet, wikipedia, la libreria, gli amici cui chiamare, i consulenti, la mamma, il papa e tutti i vari tutor sostitutivi che abbiamo bisogno per sorreggere la nostra intima ignoranza e sapienza. Ci si deve bastare con quello che si ha. Più grande sarà lo zaino, più peso ci sarà sulle spalle. E’ così semplice a dirsi, eppure…

La banda del pulmino era composta da Roberta e Lilia, mamma e figlia, Matteo, Irene ed Elena gemelle eterozigote, Federico e Lorenzo.  Lilia è una bambina di sette anni, amorevole, vivace e con dei piedi grandi che mi ricorda la storia di Edipo Re. Vi ricordate quando Laio, dopo aver consultato l’oracolo, venne a sapere che suo figlio l’avrebbe ucciso e avrebbe sposato sua moglie e decise di spedire il nascituro all’aldilà? Mandò a chiamare un servo per far sparire il discendente nei boschi. Lui invece per compassione, lo lega a un palo per i piedi, sperando che qualcuno lo possa trarre in salvo, come fù. Gli rimasero i piedi gonfi.  Una mattina presto sulla spiaggia di Santander, in Spagna, dopo la sessione di ascolto delle membra, aprii gli occhi e la vidi camminare. Erano le prime luci dell’alba. Stava raccogliendo le conchiglie ed era leggiadra e sorridente. Splendeva. Era felice dello svolgersi dell’Attenzione dietro ciò che stava facendo, nel selezionare le conchiglie per chissà quale progetto. Ero incantato dalla sua bellezza.  Aldiquà invece, tutti dormivano. La andai a salutare seguendo le sue orme giganti.  Gli altri del gruppo, gli angeli perduti come li chiamava Lazzaro, avevano grossi conflitti all’interno del pulmino. Avevamo deciso che per mantenere l’armonia, noi della fiat punto grigio topo, avremmo seguito il nostro flusso e li avremmo incontrati in alcune tappe.

Il sole si è alzato. Scalda, da vita e sento che mi fa brillare il viso. Anche il pino afflosciato sembra trarne beneficio. Lorella è passata da casa e ha manifestato la sua presenza dicendo: “Sono io, ma vado via subito”. La voce arriva da giù dalle scale.

Lì a Santander, l’idillio della allegra famiglia del pulmino rosso in viaggio si era spezzato. Lorenzo aveva deciso di andarsene. Io cercavo una soluzione per far si che rimanesse intatta la formazione parlando con Lorenzo. Quando la parola è passata a Lazzaro e ha cominciato a spiegarli che, se voleva essere un uomo e seguire la sua indipendenza, sarebbe dovuto arrivare in Portogallo da solo, Con tutti i riferimenti al pane secco e a quant’altro un vero spirito punk avrebbe potuto attingere, capii subito che non c’era più speranza.  Matteo invece m’insegnava a dormire nel sacco a pelo nudo, perché diceva che il tessuto sintetico fa rimanere più calore. Usciva dalle sue parole tutta la sua esperienza di Boyscout ribelle della periferia romana. Sapeva fare anche un sacco di nodi e progettavamo già una piccola casetta sugli alberi.  Lasciando Gap, ci siamo diretti verso Avignon, per andare a vedere se c’era ancora il festival del teatro e per portare Irene in ospedale. Erano giorni che zoppicava e presumevamo che ci fosse una microfrattura in una falange. Più che per farla curare, anche perché sapevamo che non avrebbero potuto farle niente, lo facevamo per permetterle di consapevolizzarsi. Continuava a camminare come se niente fosse, senza nemmeno dare un po’ di riposo a quelle ossa in ricostituzione. Io lo interpretavo come un messaggio. Il corpo cercava di renderla cosciente di alcune sue azioni e lei faceva fatica ad ascoltarlo.

C’è un uccellino che fischia come un antifurto ora, apro la finestra e cerco di avvistarlo. Si sente che è a una certa distanza.  Forse è chi ha inventato l’antifurto che a preso spunto da lui… Inizio a vedere anche altri uccelli, a parte i piccioni e i corvi e il calore del sole, questo sole che ci avvolge, ha fatto uscire tutti dalle tane. Forse anche le nutrie. Quanto è bella la sensazione del sole sulla pelle d’inverno. Questo continuo massaggio del fuoco. L’aria diventa più rarefatta. Quest’aria che continua a passare tra le narici, appena sopra il labbro superiore. Ascoltare il calore del sole mi dà Presenza e riscatta il tempo passato a scrutare nella fantasia dei ricordi. Il braccio sostiene il mento e osservo lo sbattere d’ali di uccello appene qui fuori. Ascolto quel suono, ascolto le membra. In sottofondo c’è il rumore del traffico, che però è distante, non mi disturba. L’arrivo della Presenza è come un planare. E’ inaspettatamente omnicomprensiva.  Ora c’è anche il suono dell’ambulanza. Dice che qualcuno è ferito, quelcuno sta male e che bisogna dare la precedenza al resistere, a rimanare vivi.

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