Felici e Contenti

Ieri al fiume non ci sono andato. Il giorno prima avevo incontrato una famiglia di caprioli, che era scappata al mio arrivo. Mi sono sentito scomodo. Per il mio desiderio di scoprire dove vivono, gli ho fatti andare via. Sono diventato un altro pericolo sul loro cammino.  Dovevo anche pulire la casa, erano giorni che guardavo la lana Formarsi e crescere, senza prendere provvedimenti per la salubrità del rifugio.  Lorella e Sasha sono andati al corso di cucina, che Lorella e le sue sorelle hanno organizzato, con il tentativo di diffondere una consapevolezza alimentare, in sintonia con la terra. Al loro ritorno, mi hanno donato gustosi manicaretti, che ho mangiato con gioia.  Comunque sono uscito nel pomeriggio, per andare a un corso sulla felicità, nella commedia americana degli anni trenta. 3 ore e mezzo di spezzoni di film, con commenti, sulla rappresentazione cinematografica della “grande depressione” e crisi economica americana di quel periodo. In cui c’erano sempre un ricco volgare e il riscatto di una povera donna verso la condizione di maggior benessere economico. Il classico felici e contenti targato USA. Come se nella vita per essere soddisfatti, si debba stare in un equilibrio da circo, sulla scala sociale.

Sarà, ma questa visione non mi ha mai convinto.

Il cielo sembra si sia intensificato e rende l’atmosfera opaca. Capisco perché molti animali in questo periodo vanno in letargo…Ho scoperto anche che quello che avevo scambiato per un tasso, era invece una nutria. “Una via di mezzo tra un topo di fogna e un castoro” è stata la descrizione di Lorella. Quanto conosco poco delle specie animali… Con Lorella e Sasha quest’estate, mentre andavamo in Portogallo, abbiamo ormeggiato le nostre tende vicino a Lourdes. Con noi c’era anche Lazzaro, un amico viaggiatore georgiano, ufficialmente clandestino. Tra il monaco protestante russo e un trotskista. Ogni giorno per spirito di servizio e pratica di umiltà, ci ha costretto, ad andare a chiedere in elemosina del pane secco. Cosa che lui faceva. Noi accettavamo, anche per mantenere l’armonia di questa piccola famiglia impermanente in viaggio. Sebbene possa sembrare una pratica assurda, giacché ci potevamo permettere di meglio, ci ha messo di fronte alle nostre difficoltà ad abbandonare l’orgoglio. Quella brutta bestia che ci fa sentire migliori, diversi e isolati dagli altri. Si può essere umili, senza perdere l’amore verso se stessi, gli altri e la natura che ci accompagna. Altro gesto che mostrava la sua nobiltà d’animo, era quello di raccogliere la spazzatura in tutti i luoghi dove ormeggiavamo le nostre tende. Questa era una sua pratica quotidiana, una sorta di preghiera di ringraziamento alla terra che ci ospitava. Gratitudine e umiltà.

Tutti questi santi gesti, erano contraltati da un caratteraccio russofilo, alimentato anche, dal sentirsi in europa un fuggitivo. E’ quella particolare disposizione di animo di chi si sente preda, attaccando, per difendersi. Con il necessario individualismo che ciò richiede.  Quando piazzavamo le tende, lui imboscava la sua da un’altra parte, per precauzione nel qual caso venissero a chiederci, di sloggiare e in quel frangente, farci storie con controllare, se avevamo i documenti in regola. Questo altalenarsi tra il suo carattere e il suo spirito, lo compresi dopo un po’ nel viaggio. In particolar modo, dopo aver superato i confini francesi, in zona San Sebastian, nei Paesi Baschi. Quando anche l’ultimo sentore, di una possibile polizia doganale era svanito, gli ho chiesto che cosa avremmo dovuto fare secondo lui, se la polizia ci avesse fermato. Stavo già inventando una piece teatrale per la possibile occasione, quando m’interrompe dicendo, che se ci avessero fermato, lui avrebbe sostenuto la verità. Stava chiedendo asilo politico in Italia e che aspettava una risposta. A Lazzaro le commedie erano indigeste (figuriamoci poi quelle americane).  In quel silenzio creatosi a seguito del suo intervento, è stato come se si fossero sciolti tutti i nodi dei dubbi, che ancora mi strisciavano nell’intestino. Mi è diventato chiaro, che il suo fare diretto e scarno di decorazioni, mostrava un’autodisciplina basata su un’integrità di tutto rispetto.  Appena prima di partire dall’Italia, da un raduno sulle montagne, ai confini con la Svizzera, eravamo molto perplessi Lorella ed io se farlo venire con noi, dentro la fiat punto grigio topo, con cui siamo arrivati. Da questo raduno, era nostra intenzione partire, per un altro internazionale in Portogallo. Avevamo a disposizione due posti in auto, per fare il viaggio in compagnia. C’erano due-trecento persone lì e qualcuno stava organizzando una carovana di 30-40 persone.  Per uno come me, che aveva viaggiato in solitaria per alcuni anni tra le Canarie, i Caraibi e l’Asia, l’idea di essere in stretto contatto con tutti i bisogni e desideri di questa popolazione; se da un lato mi affascinava, dall’altro sapevo bene che poteva farci perdere la poesia, mista a ostacoli, che fanno di un viaggio un insegnamento. Lazzaro aveva capito, che eravamo intenzionati a partire, prima dell’allegra brigata. Si propose di venire con noi.  Sono convinto, che non gliel’avrebbe fatta con tutto quel chaos.  Io a Lazzaro lo vedevo da un paio di settimane. Il suo fare scontroso e spiccio, poco si addiceva all’essere dialogante che mi si confà. Figuriamoci poi a quello di Lorella, che ama essere attenta e sensibile ai piccoli moti dell’animo…Eppure in quei giorni Lazzaro continuava a ripresentarsi. Lorella ed io cercavamo il momento giusto, per dirgli quello che sentivamo rispetto alla sua proposta. Una sera prima di cena, andammo a dirgli, che non gli avremmo permesso di venire con noi per due motivi: il primo era che non sentivamo compatibilità tra noi, l’altro che non ci volevamo assumere la responsabilità dei problemi che sarebbero potuti sorgere, davanti a dei poliziotti, poichè per la legge, era illegale. In particolare, mi sarei sentito di intervenire, davanti a un sopruso della civiltà che si basa sull’appartenenza a una determinata comunità. Ci sentivamo di evitare i guai.

Mentre ancora parlavamo con i nostri discorsi articolati, ci fermò dicendo: “Va bene, va bene”, e se ne andò.

 

In quei giorni, mentre cercavamo di avvistare dei compagni per affrontare la traversata, incrociavo spesso Sasha, vicino alla cascata gelida. Era il luogo dove andavamo a lavarci e a prendere l’acqua. Giovane, magro e alto, capelli e barba lunghi, poteva essere un Gesù delle icone russe.  Se ne stava parecchio silenzioso in quella tribù temporanea lassù sui monti.  Mi ricordava me anni prima, quando perlustravo in lungo e in largo l’Asia, alla ricerca di tutti i fenomeni mistici possibili, per trascendere la mia sofferenza… Oltre l’apparenza, sentivo che la sua ricerca era vera. A Lorella andava bene ed è stato invitato ad aggregarsi. Lui accettò.

Il giorno prima della data stabilità per la partenza, abbiamo chiesto a Vaka, un ragazzo polacco un po’ sciamano e un po’ giocherellone, di unirsi alla ciurma. Ci disse che il giorno seguente avrebbe smontato il suo Tipì indiano, per godere di quest’insolita, allegra, compagnia. La mattina dopo lo incontrai, mi disse che era arrivata una famiglia di suoi amici dalla Polonia e che sarebbe partito con loro. Tra l’altro questa coppia di amici aveva due bimbe, che m’incantarono nel bosco, con una serie di filastrocche in polacco ripetute. A sua madre, che domando a loro che frasi fossero, le dissero, che avevano inventato una magia…

La storia di Vaka ci aveva fatto sentire, per un attimo, orfani.

Come tutti i giorni, mi sono seduto ad ascoltare la voce delle membra, ma quel canto rimaneva in secondo piano, rispetto al gran faccione di Lazzaro. Mi si presentava nitido in una serie d’immagini, in mezzo a quel dialogo nel buio.  Dopo mezz’ora mi arresi, non c’era modo di sbarazzarmene. Decisi di parlare a Lorella e Sasha di questa mia ossessione e dell’intenzione di prendere quest’esperienza, come messaggio da seguire. Sasha era ben disposto, avrebbe potuto anche praticare il russo, la lingua di sua madre. Lorella, un po’ a malincuore, accettò.

Lourdes è stata una tappa imprevista, perché ci siamo accorti della sua presenza nella mappa, a una manciata di chilometri, prima di Tarbes. Lazzaro si adattò, con le sue solite riserve, alla scelta di planare da quelle parti. Era sera e piovigginava. Lourdes è una piccola cittadina con un fiume, accanto a una collinetta. Il santuario nella grotta, sotto la cattedrale e tutte le principali strutture di attrazione, sono accanto al fiume. Ai bordi del recinto della cattedrale, ci sono delle Sequoie e Tassi secolari, che si ergono maestosi. La loro presenza lo rende un luogo affascinante. Ci addentrammo verso la grotta di Bernadette, accanto al fiume.

Qui chiaramente nemmeno l’ombra di caprioli e nutrie alias tassi. Solo un po’ di pellegrini, perché l’orario intorno al crepuscolo e con la pioggia, ci ha permesso di trovare sfoltito il luogo. Sasha aveva anche un bastone ed era vestito con una sorta di sari lungo e bianco, opacizzato da settimane sulle montagne. Con il suo aspetto e il suo costume di scena, non ci saremmo meravigliati se qualcuno gli avesse baciato i piedi, tanta era la somiglianza con il Figliolo… Tutto a un tratto incontriamo una sorta di monaco, vestito di verde ed evidentemente sbronzo, che orava verso sasha dicendo: “E tu cosa hai da chiedere?”… in soliloquio camminando. Sasha colse la palla, per chiedergli di consigliarci un rifugio per pellegrini. Avevamo tutte le caratteristiche, anche i vestiti erano dalla nostra, avevano l’aria di essere navigati. Ci indicò vari posti, anche se alla fine decidemmo di andare in cima alla collina. Lazzaro accettava malamente, l’idea di chiedere rifugio in un convento. Trovammo “le village des jeunes”, un luogo, dove andavano tutti i ferventi giovani cattolici ad alloggiare e che aveva, oltre alle camere, un grande spazio verde per campeggiare. Avevamo anche la fortuna di avere a disposizione, una cucina con fornelli da professionali, una lavatrice a gettoni e meraviglia delle meraviglie: una doccia calda! Un piccolo paradiso dopo le giornate sui monti, a cucinare e improfumarci, con il legno di Faggio.  Comunque per compensare del lusso che c’eravamo concessi, Lazzaro mi mandò la mattina dopo, a recuperare del pane secco.  Lasciato il nostro sontuoso rifugio, tra l’altro circondato anch’esso di bellissimi tassi (gli alberi), ci dirigemmo di nuovo al santuario. Eravamo curiosi di vedere cosa accadeva alla luce del sole, in quel luogo di pellegrinaggio e preghiera. Era pienissimo. La fila per scrutare la piccola grotta, dove para sia apparsa la madonna, era gremita di gente, suore, reti, comitive, file lunghissime di persone sulla sedia a rotelle, accompagnate da volontari.

Io ero rimasto seduto ai bordi del fiume a guardare. Era piacevole stare lì. Persone che riempivano le madonnine di plastica dalle fontane, migliaia di candele accese.

Pensavo ai milioni di persone che sono passate di qui, per dedicare un augurio di guarigione a qualcun altro. A creare pensieri positivi per l’umanità. In alcuni casi, forse, a se stessi.

L’energia di tutte queste persone canalizzata, per risolvere i problemi dell’umanità.

La nostra dedica è andata alla carovana, ne aveva bisogno e alle nostre famiglie.

Se anche solo una piccola parte di questa energia, fosse canalizzata nell’evitare i conflitti che convivono con la nostra quotidianità, tendendo, verso l’accettazione del divenire continuo di questa esistenza, sono convinto, porterebbe a sorriderci l’un l’altro con maggior frequenza.

Un corvo intanto, ha cacciato tutti i piccioni che stavano ammassati vicino a un pino afflosciato. Anche lui sembra subire il peso dell’inverno.

Qui c’è poco vento e ogni tanto anelo a quel vento nordico, che in Danimarca mi faceva stare sdraiato sul pavimento, a guardare le nuvole scomparire, sulle acque blu del cielo…

 

 

 

 

 

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