sfogo scritto al rientro di una giornata invernale pesante: soddisfatti o rimbambiti?

SODDISFATTI O RIMBAMBITI

Unione o separazione. Unione o separazione. Unione. E forse è proprio
l’unione che crea efficienza. Unione e spinta verso la conservazione di
quest’unione nella dialettica che ci separa. Il gioco degli opposti del
divenire. La spinta verso le necessità che soprassalgono mentre noi
camaleontici remiamo per non andare alla deriva. Deriva.
Origine originaria di un punto di partenza che è la coincidenza di tre anime.
Nascita. O morte dell’eternità. O illusione di morte dell’eternità.
E cerchiamo la trascendenza in un binario orizzontale senza rendercen
e conto mentre nella verticalità leonardesca ritroviamo quella vita,
che coincide con l’eternità e il mistero. Mistero. Rimaniamo per sempre
succubi di questo dilemma. Siamo o non siamo. E davanti ci passa in loop
tutta la vita passata, come fosse un momento. Momento. Come in quegli attimi
in cui ci sembra di “morire” e ripercorriamo tutta l’esistenza come fosse
un bilancio. Soddisfatti o rimborsati. Rimborsati. Rimborsati di che?
Mentre tutto circola e noi corriamo come centrifugati dall’efficienza.
Efficienza. Il dare il massimo, l’anima, se stessi completamente per dimenticarsi, e per un attimo, godere l’oblio. Oblio. Che se Seneca ci sentisse potrebbe rimanere estasiato. Noi tracotanti di passione nell’impresa, e che impresa? Impresa titanica. Titanic. E si riprendono i remi per venirsi incontro. In contro.
Incontro universale comunione. Unione con. Il comunismo non esiste
se non dentro di noi. Comunire il rapporto col tutto, con tutti. I
sole alla deriva. Noi. Noi che se tutti sparissero rimarremmo li,
a guardare il tutto imbambolati senza sapere che fare, e soffrire, soffrire,
soffrire. Come il Filottete. Ma mentre osserviamo quest’intimo desiderio,
mentre corriamo per fermarci, mentre inspiriamo ed espiriamo rendendoci conto
di ciò che succede, tutto spira. E siamo di nuovo isole. Isole in un mare che possiamo affrontare con fatica, che ci sovrasta ma che, se vogliamo, possiamo navigare, possiamo varcare, possiamo. Quindi abbiamo il potere di ascoltare e scegliere, assumendoci la piena responsabilità delle nostre azioni, perché tutto corre in questa causa effetto universale. E ciò ci fà star male e ci vogliamo salvare. Questa nave alla deriva non la possiamo mollare. Capitani fino alla fine, capitani fino a che l’ultima briciola di speranza non sia scesa, finchè l’ultimo barlume di luce sia acceso. Acceso. Questo fuoco vitale che ci spinge, che ci
preme alla tracotanza, che ci spinge alla transumanza. Transumanza.
Nomadi lo siamo perché questa è la condizione che ci è data o perché molto semplicemente eravamo stufi di fluttuare, nel mare, nel mare immenso dell’etere, campo base dell’universale. E questa fatica ci assale. Questa fatica non la possiamo drammatizzare già tragedia nell’incomprensione della scelta iniziale.
Rientrare nella materia per poi fuoriuscire, per tollerare. Tollerare.
E poi son giorni mesi e anni, ore minuti secondi.
Spazio e tempo che imperversano per farci urlare dal dolore della separazione e poi di nuovo unione.
E poi di nuovo unione.

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