Le facoltà dimenticate per la serenità….La Pura Attenzione 1°parte

LA PURA ATTENZIONE

In ogni dove, ci sono stati pensatori che ci hanno avvertito che vivere il momento presente è molto importante. Ci sono stati poi e ci sono ancora, molti che lo praticano e lo insegnano. Pochi però, rispetto a quanti siamo nel mondo.

Ma che cos’è esattamente l’attenzione? Quando si parla di attenzione, in genere ci si confonde con la vista, come fosse una sua qualità. Invece è una qualità della mente che si canalizza nelle nostre capacità percettive. I cechi sono attenti ad ascoltare dove mettono i piedi mentre camminano, le sensazioni del tatto dove mettono le mani e dove arriva il vento, possono perfino comprendere senza toccare fisicamente dove c’è un muro o un ostacolo, percepiscono una vibrazione di rimando. Riconoscono maggiormente i gusti del cibo che mangiano, riescono a differenziarli selettivamente. Riescono a cogliere e comprendere maggiormente attraverso l’olfatto, il luogo in cui si trovano. Riescono a distinguere lo stato di benessere di una persona dalla sua voce, dalla vibrazione sonora che emana, oltre che dalle parole che dice. Sono molto più attenti all’essenziale. Certo, per loro sviluppare l’attenzione è un bisogno vitale, è necessario per vivere al meglio una vita privati della vista. Quando si dice che loro sentono meglio perché sono stati obbligati a sviluppare gli altri sensi, si fa un errore di valutazione. I sensi non si sviluppano, è l’attenzione che si può ”alzare”. In danese c’è termine ********** che vuol dire alzare l’attenzione. Ecco quello che bisogna fare: alzare l’attenzione in tutti i sensi! Per alzare l’attenzione bisogna lasciar andare la macchina pensante. La macchina in questo caso è la corteccia celebrale, la nostra parte del cervello che elabora tutto ciò che arriva alla coscienza, la nostra “Ram”, il motore delle nostre riflessioni e l’equilibratore delle nostre emozioni e sentimenti(sebbene non sia l’unico). Mi viene sempre da ridere quando mi chiedono se si può fermare il flusso dei pensieri… c’è sempre qualche miscredente. Quando fate uno starnuto, pensate? Mi viene in mente quando ogni tanto mi capita mentre guido. Sento che sta per venire lo starnuto e preparo l’azione motoria, come frenare leggermente e/o posizionarmi in modo che quando quell’esperienza incontrollabile avviene, il mio corpo è predisposto. Tutto avviene in attimi chiaramente e in quel momento non si pensa. Quante volte vi è capitato di guardare un insetto o un oggetto in movimento così attentamente, da perdere completamente la coscienza di dove ci si trova? L’attenzione in divenire è stata chiamata da ******Michael Chitsentmihay*****, appartenente della psicologia positiva, l’esperienza del FLUSSO. In cosa consiste questa esperienza? Nell’immergersi in ciò che si sta facendo, e vi sarà capitato moltissime volte. Provate a prendere ago e filo e su un tessuto scrivete FELICITA’. Quando avrete finito vi renderete conto di quanto la vostra attenzione si sia affilata. La mente attenta può essere come un coltello selettivo. Da ragazzino, visto che mi piacevano le arti marziali, avevo il mito dello spaccare i legni con le mani o con i piedi. Visto che non avevo legni, andavo in cantina che era piena zeppa di piastrelle di ceramica da 10 x 30 cm e mi allenavo a spaccarle. Cercavo di capire quelle parole dei vari maestri che dicevano che bisognava essere UNO, bisognava concentrare tutta l’energia nella mano. “Bella Filosofia” dicevo, mentre tornavo in casa con la mano gonfia dai tanti tentativi senza riuscita. La paura di farmi male mi faceva far male veramente. Poi ho iniziato a spaccarne una ogni tanto, a trovare quella dannata concentrazione che dicevano. E a volte quando la spaccavo mi ferivo con le schegge(sì, sembra uno stupido autolesionismo…). Piano piano, dopo aver capito come romperne una-due-tre insieme, mi davo sfide più grandi, 5-10. La mano era sempre gonfia, però capii qual era l’atteggiamento mentale necessario per far si che potessi romperle, e lì mi fermai. Se ero agitato emotivamente, sia positivamente che negativamente, quel turbamento mi allontanava da quello stato mentale necessario. Quella determinata azione richiedeva un attenzione totale, senza nessuna distrazione e tentennamento. Era necessaria che prima del colpo. Ci voleva una fiducia completa nella mia capacità. Se dubitavo, mi facevo male. Ottenevo una punizione subito.

Bisogna riconoscerla in purezza però. Cosa intendo? È importane che riconosciate esattamente, nella vostra esperienza quotidiana, i momenti di completa attenzione. Sebbene c’è chi ne vive pochi e chi tanti, ognuno di noi ne vive moltissimi.

Il primo passo è cominciare a riconoscere i momenti di piena attenzione. All’inizio sarà più facile riconoscere la vostra piena attenzione in atto, mentre fate delle cose. Le attività che in genere sono più noiose, come lavare i piatti, pulire il bagno, lavare a terra. Se le fate con l’impegno di pulire veramente, sono tra quelle che portano maggiormente a lasciare andare i pensieri e a focalizzare la mente. Può capitare tranquillamente in mille altre azioni. Quello che è importante è riconoscere il vostro stato mentale, per esempio a seguito di una di queste azioni. Sedetevi e godetevi la pura attenzione. Questo stato in divenire di pura attenzione non è estatico e visto l’abitudine agli stimoli emozionali che abbiamo, all’inizio apparirà noioso. L’ozio di cui parla Seneca, è la capacità di stare in questo stato mentale in divenire che pare di vacuità, o come più piacevolmente viene espresso all’inizio delle Upanishad:

(Upanishad) Om! Quello è pienezza, questo è pienezza; dalla pienezza si attinge la pienezza. E dopo aver preso Pienezza dalla Pienezza, rimane sempre Pienezza. Om! Pace, Pace, Pace.

E ancora dopo poco: (Upanishad) Solo il nulla vi era in origine: L’universo era avviluppato dalla morte e dalla fame, poiché fame è morte. Egli creò la mente, dicendo tra sé: “ Che io possa avere una mente”…

Riconoscere questa sensazione di pienezza e apprezzarla, è l’esercizio più difficile da compiere. La nostra comunità vede questa pienezza come nullafacenza. Nel periodo dell’adolescenza a un certo punto si viene a riconoscere questa Pienezza, anche se sembra un nulla. Quando arriva questa comprensione si ha difficoltà nel proprio sviluppo. Se si hanno tante paure per il futuro, si tramuta in nichilismo. “Tanto in fondo tutto è nulla, che mi importa di…?”. Un ottimo modo per annullarsi, un modo per collassare in sé, per ostacolare lo sviluppo personale. La consapevolezza di questa Pienezza è importante comunque, è necessario che sia orientata allo sviluppo, alla gioia che si può conseguire comprendendola. Che tutto ritorna all’origine, che all’origine non c’è fame di desiderio, che stando dentro di sé, prendendosi una pausa dal mondo, si ritorna alla Pienezza originaria. Qualcuno potrebbe vedere questo paragone con i testi sacri come un semplicismo. La questione sta tutta qui: riusciamo a godere della Pienezza? O ci fa paura? E ora… cosa devo fare?

Nei primi anni che peregrinavo per comprendere questa facoltà, apparentemente inutile, e senza sapere bene cosa andavo cercando, mi imbattei nella meditazione buddista Vipassana. Ero in Thailandia studiando diverse terapie tradizionali. Nella scuola dove stavo imparando, con la nostra maestra settantenne cinese Mama Nit, ritorna un suo studente cinquantenne messicano dopo aver fatto un corso di vipassana. Mi guardò fisso negli occhi con una gioia serena di fondo e mi disse: “sono stato a un ritiro di 25 giorni con i monaci in silenzio, gli ultimi tre giorni senza vedere nessuno, chiuso in un bangalow senza nemmeno lavarmi, dove mi portavano da mangiare sul ciglio della porta. Ecco, questa è stata l’esperienza più importante della mia vita, mai mi è capitata una cosa così.” Aveva fatto 25 giorni di meditazione vipassana. Non sapeva cosa aveva appreso, perché oltre alla semplice tecnica che veniva insegnata, la vita era semplicissima. Sveglia alle 4, 10 ore di meditazione al giorno, un pasto al giorno, nessun libro, radio, televisione, nessuna distrazione. Solo e semplicemente stare seduti fermi, a volte facendo la meditazione camminata(jongrom) e osservare il corpo da dentro.

Bhe, volevo provare la stessa sensazione e dopo alcuni mesi andai in un monastero dove non parlavano nemmeno una parola d’inglese. Il monastero era sviluppato dentro due grotte gigantesche piene zeppe di pipistrelli, una con addirittura un fiume dentro e fuori aveva un refettorio, un casale, qualche ufficio e molti Kuti (bangalow). I primi dieci giorni dormivo con altre persone nel casale. Dopo, capendo che ero interessato sul serio, mi diedero un kuti di legno solo per me, come gli altri monaci. All’interno c’era una stuoia di legno, un cuscino tipo quelli da aereo e qualche candela. L’equipaggio di un meditatore… Ogni tanto ci si svegliava con qualche piccolo scorpione vicino, a volte s’incontravano serpenti e per le prime settimane ogni volta che passavo di notte nelle grotte, mi veniva la paura che i pipistrelli si attaccassero ai miei capelli( le solite paure che ci hanno insegnato…). Per il primo mese ogni sera mi veniva fame e in realtà se avessi voluto mangiare in refettorio qualcosa avrei trovato, ma la sfida di fare come gli altri monaci m’imponeva di desistere. Se riuscivano altri da venti anni, mi dicevo, ci sarei riuscito io per il tempo che sarei restato. Rimasi due mesi. Meditavo di giorno, di notte e, oltre ad imparare a dormire sul legno senza materasso, cosa che richiese molto tempo perché bisogna lasciar andare qualsiasi pensiero dormendo solo lo stretto necessario(4 ore), feci amicizia con i pipistrelli, o meglio, scomparve la paura. Dei serpenti, e degli scorpioni elefanti grandi un palmo della mano ancora non mi fidavo, però era scomparso lo spavento. Dopo un mese e mezzo mi volevo fare monaco, mi rasai tutti i capelli e quasi prendevo l’ordine. In realtà dopo due mesi uscii. Mi ricordo ancora quando ero alla fermata del bus appena fuori da li. La mente ferma, tagliente, come un coltello, completamente in me. Ero Presente a tutto. Pieno. Nient’altro. Capii che era uno stato che volevo portare con me, trattenere, ma appena arrivai in città, tutta questa Pura Attenzione si affievolì, e mi distrassi come sempre prima mi capitava. Tornai ancora in un altro monastero, era come se fossi drogato di attenzione, ne volevo ancora, era così bello. Tornare allo stato della mente originario, che è onnipresente dentro di noi, sembrava andare via dal nostro stato della mente naturale. Sembrava una specie di droga, ma in realtà era esattamente il contrario. Lo stato di Pura Attenzione è lo stato originario a cui bisogna tendere, dove bisogna rifugiarsi.

(Tze)To a mind the is still, the whole universe surrender.

2° parte in arrivo…

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