Il Samovar Iraniano

Il Samovar Iraniano

 

C’è una luce forte qui in mezzo al deserto dell’Iran,  sono accompagnato in questo viaggio su di un bus da teheran a mashad, dale montagne brulle e dalle migliaia di pini ed eucalipti piantati bordo della strada.

Il primo giorno a teheran é stato un pò rocambolesco. Arrivato in aereoporto alle 4 di mattina mi sono diretto all’ufficio Visti, insolito in un paese come l’Iran, luoghi dove in genere ci vuole una settimana per averlo, mentre invece avevo letto che in aereoporto nel facevano uno turistico di 15 giorni. Seppure con un pò d’incertezza, avevo scelto di intraprendere questa strada per evitare di sprecare tempo inutile all’ambasciata.

Una volta lí mi hanno chiesto un garante, che naturalmente io non avevo e quindi nella domanda avevo inserito il nome del manager dell’alberghetto dove avrei dovuto alloggiare. Mi viene incontro uno dei responsabili dell’ufficio chiedendomi se quel nome era di una persona dell’albergo, alché gli dico la verita e mi chiede un altro nome con numero di telefono.

L’unico che avevo era di un amica di un amica che vive a teheran e che si rivelerà la mia salvezza… Per cercarlo metto il telefono in carica a fianco all’ufficio. Quando poi riesco a darglielo lui mi dice che chiamerà Margherita per accertarsi. Io cerco di evitare che lo faccia alle 4 e mezza di mattina, ma senza successo.

Alla fine dopo un ora mi danno il visto e esco dall’aereoporto dove mi aspettava un anziana portoghese che mi aveva chiesto di dividere il taxi. 

Decidiamo di cambiare dei soldi e visto che la banca aveva un cambio molto basso rispetto a quello che sapevo, chiedo al fiorista che mi manda un suo amico per cambiarli. Il tasso é ancora basso, ma meglio della banca, quindi decido di cambiare solo 50 euro e consiglio a lei che ne voleva cambiare molti di fare lo stesso, perché molto probabilmente si troverà di meglio una volta in città. 

Usciamo e cerco un taxi mentre lei cura le borse. Negli aereoporti si sà, il rischio di venir raggirati dai tassisti é alto e cerco di comprendere la situazione per evitarlo. Mentre ancora cerco di capire con un tassista, guardando anche un cartello che scrive dei prezzi fissi, viene lei con una faccia durissima dicendomi che l’ho fregata. Vista la situazione mollo il tassista che mi chiede che cosa c’é che non va in lei e cerco di farla rinsavire, mi ci vuole un quarto d’ora ma alla fine sembra fidarsi, o almeno, mi da la possibilità di proseguire. Fino a che trovo un altro taxi e partiamo. La paura é proprio una brutta bestia, quando s’instilla ci vuole un pò prima che ritorni la fiducia, la serenità, quel bel processo che porta alla chiarezza mentale. 

Teheran mi sembra subito molto cambiata , sono passati dieci anni da quando ci sono passato e c’è stato uno sviluppo incredibile infrastrutturale, lo si vede dalle strade a cinque corsie e e le case . 

É bello entrare in una città appena prima dell’alba in cui il traffico é ridotto e le prime luci riflettono dall’orizzonte.

In albergo c’é una bella accoglienza, ci servono un the e riprendiamo un pò le energie. Le camere non sono subito disponibili e aspettiamo di fare colazione insieme ad un altro ragazzo svizzero Tobias, che era arrivato subito dopo di noi ed é bastato uno sguardo e due parole per accettare l’offerta di ali, il manager dell’albergo, di prendere una camera insieme dove riposare temporaneamente.

Durante la colazione mi accorgo però di aver lasciato il telefono in carica in aereoporto…

Cerco sempre degli insegnamenti quando le cose non funzionano, anche se ormai so che li scoprirò dopo che tutto é sbollito.

 

Comunque era partita male…

Con ali che si é dimostrato gentilissimo preciso cominciamo, o meglio comincia una serie di chiamate in aereoporto per raggiungere quell’ufficio, dopo una decina di chiamate gli dicono che non c’é niente. 

Mi dice che riproverà dopo e cotto dopo il viaggio e senza aver dormito mi vado a riposare rinviando la ricerca per esaurimento energie….

 

Intanto qui sul bus dove sto viaggiando, veniamo fermati dalla polizia che cerca chissà che…

 

I primi giorni in viaggi in paesi lontani, specialmente quando si arriva in aereo e anche dopo aver fatto un sacco di viaggi, c’é una forte probabilità che capita qualcosa, insomma l’imprevisto é parte del backpack di un viaggiatore e nelle pianificazioni della vita mi sono accorto di dare sempre maggir importanza a questa voce, a lasciare la certezza della pianificazione per quella morbidezza necessaria per cambiare rotta.

 Ciò viene mostrato anche nel tai chi, per esempio nella pratica del push-hands. Se il corpo é teso, quando si viene colpiti si perderà l’equilibrio, invece da rilassati ma attenti, si subirà il colpo e con la stessa energia si trasformerà in un attacco.

Nel tai chi avviene tutto in meno di un secondo, nei nostri processi mentali invece ci può volere una giornata intera, l’obiettivo comunque é sempre quello di ritornare a uno stato di serenità, di rilassamento, di pace.

 

Dopo quattro ore mi sveglio e ritorno alla mia missione… Ali mi informa che dopo averci riprovato non ha avuto successo e quindi ritorno prendendo la metro e poi un bus, saranno circa quaranta chilometri.

I treni sono perfetti e sulla banchina c’é un lato di rispetto per le donne, anche in Messico c’era… Gli uomini stanno comunque più ammassati verso questo bordo, una sorta di tensione verso… Le donne sono molto più emancipate rispetto a dieci anni fa, quelle giovani tacchi alti, veli colorati e portati quasi sulla sommità del capo, quasi a sbeffeggiare la polizia morale. 

Tra l’altro i ragazzi che ho conosciuto in queste poche ore mi hanno tutti chiesto se ero in facebook per aggiungermi come amico… L’unico che non può accedere qui mi sa che sono io e Tobias… Tutti hanno un vpn, un software che li permette di  oltrepassare il limite imposto.

All’aereoporto entro nell’ufficio di polizia e trovo un militare giovane, li chiedo se parla inglese e incredibilmente mi risponde di si con un buonissimo inglese…li racconto la storia e aspettiamo che arriva il commissario dell’ufficio di polizia, intanto mi offre un the. Chiaccheriamo un pò e mi dice che é un militare di leva e che fra quattro mesi finisce, non vedo l’ora di andarsene all’estero e cambiare aria. Intanto arriva il commissario, gli spiega la storia e gli dice che c’é bisogno che lui mi accompagna. Il commissario parla al telefono e lui comincia a dirmi davanti a lui che é uno stupido e che ce ne sono un sacco da queste parti che hanno ruoli di potere ma che non capiscono niente. 

Quindi comincia il nostro viaggio all’interno dell’aereoporto e la difficoltà maggiore sta nel farmi attraversare al di là della dogana per arrivare all’ufficio visti, ci tocchera parlare con altri cinque/sei commissari in luoghi diversi, fino a che riusciamo a varcare la soglia. Sembrava di essere in un libro di Kafka, gregorio samsa e K.

Arrivati all’ufficio scortati da un altro poliziotto, l’ufficiale dell’ufficio visti dice che lí non c’é niente e che probabilmente l’ha preso un turista di passaggio…

Ed io penso… Un turista che arriva in iran e che mentre fa il visto frega un cellulare nell’ufficio degli ispettori che lo possono anche far deportare… Si, ed io mangio i sassi per davvero.

Vabbé, me ne vado con il ragazzo che mi dice che non c’é niente da fare. Ritornati all’ufficio del primo commissario troviamo un poliziotto del traffico e quindi la denuncia bisogna farla il giorno dopo. Il militare esce con me, andiamo a fumare una sigaretta nel parcheggio e mi racconta un pò di come é stanco delle dinamiche che avvengono li dentro, del dispiacere per la politica del paese, del sistema che vive come ostile e naturalmente mi chiede di aggiungerlo su facebook.

Nel ritorno verso albergo confido nell’aver fatto l’errore di averlo messo nella borsa, cosí, per evitare di struggermi.

Sono quasi le sei di sera, Ali mi dice che nessuno ha chiamato per il cellulare e torno in camera a vedere se é nella borsa ma senza successo. Chiamo Margherita per ringraziarla e per chiederle se riesce a risalire al numero che l’ha chiamata la notte prima ma era sconosciuto, anche lei mi dice che é meglio che rinunci, ed essendo a casa di amici salta la possibilità di incontrarci. Nel frattempo lascio un messaggio a mia sorella per chiederle di bloccare la carta, dicendole che comunque ho ancora la speranza di trovarlo. Mi manca il tassello degli ispettori di quella notte.

 

Un piccolo problema e già sono state mobilitate un sacco di persone, rifletto su quanto si fà difficoltà a rendersi conto del bisogno di aiuto che abbiamo, il bisogno degli altri. Tutto é mascherato da contratto o da servizio a pagamento e quindi lo concepiamo solo come un do ut des mentre invece si è cosí legati uno all’altro, che é diventato tutto dovuto, dettato da un meccanismo di dare e avere matematico che per fortuna si scioglie davanti alla comprensione della difficoltà dell’altro, in cui entra in gioco l’immedesimazione e far scattare quel bel processo mentale, che porta a quella disponibilità d’animo, che i buddisti chiamano compassione. Che bello.

 

Esco dall’albergo per fare una camminata, lasciare andare un po’ la questione e mangiare qualcosa, tra una cosa e l’altra ho fatto solo colazione. Mi dirigo verso il parco per uscire dal traffico e incontrare l’umanità in serata prefestiva.

 Mi domando se esiste la febbre del giovedí sera…

Il parco è pieno di gente che fa pic nic dappertutto, mi da quel sollievo che la natura e la gioia delle persone può dare. Trovo poi un piccolo ristorantino dove mangiare qualcosa, iniziare a fare mente locale dei dati importanti che c’erano nel telefono e delle azioni che dovrei compiere per sistemare il tutto. 

Ritorno a casa accettando la realtà cosí com’è, stando attendo a evitare di innescare quei meccanismi di colpevolizzazione che accusano il caprio espiatorio di turno, ma soprattutto evitando di colpevolizzare me stesso per la leggerezza e per la mancanza di attenzione. 

Il gioco della colpa é una brutta bestia che quando non si riesce a domare fa passare a chi lo prova un sacco di sofferenza, poco importa se é verso qualcun altro o verso se stessi, rimane il seme della discordia interiore, la disfatta della pace, un turbamento nel cuore. Detta filosoficamente, é dualistico e frammenta la capacita dell’Essere di essere uno con tutto.

 

In albergo mi dicono che hanno chiamato per il cellulre e che la mattina dopo me lo porteranno.

Provo un momento di gioia, vedo Tobias sui divanetti e gli propongo di uscire a cercare un khanaqah per ascoltare della musica sufi. Lui giovane finanziere svizzero mi dice che ci sta, e anche se alla fine nessuno di quelli a cui chiediamo sa cos’é il khanaqah, troviamo un ragazzo che fa da taxi abusivo e che ci porta in cima al monte dove si riunisce tutta teheran di sera, in una mega passeggiata in cui si vede la città dall’alto, paragonabile allo “struscio” del meridione italiano in cui ci si incontra metà degli abitanti.

Torniamo poi soddisfatti e stanchi della passeggiata.

Anche il tassista ci chiede di aggiungerlo su facebook…

 

Il pulman continua ad andare, é notte ora, ho di fianco un autista di un altro pulman che ha chiesto un passaggio. Tutti gli autisti hanno la divisa con i gradi, sembra che siano tutti dell’esercito…

Ad ogni tappa del pulman c’é un samovar da cui si prende l’acqua calda per il the…

 

Grazie a Margherita che mi ha conosciuto solo per telefono e mi ha aiutato tantissimo, ad Ali con cui abbiamo sentito subito un rapporto di cuore e che si vedeva che l’aiuto che mi dava andava al di là della fatto che fossi un ospite dell’albergo e che alla fine quando ho fatto il check out mi ha accompagnato in moto alla metropolitana, a mia sorella Lucia che mi aiuta sempre quando mi capitano difficoltà dall’estero, al ragazzo militare che é stato di una gentilezza estrema, All’uomo dell’ufficio visti che si é portato a casa il telefono per ridarmelo e che mi ha anche regalato un cd di musica persiana e a Tobias che si é rivelato un compagno di camera ottimo e preciso come un orologio svizzero…

 

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