Marte, verso l’universo – presentazione dell’album mai pubblicato di giovanni dettori e paolo gigliotti

Marte
Verso l’universo

Scrivere un testo sull’opera di Paolo Gigliotti e Giovanni Dettori mi sembra un’eresia, dopo aver passato mesi ad ascoltare l’inquietudine delle loro composizioni ed esecuzioni in casa e non fosse altro che per il purgatorio che si è vissuto in quegli interminabili momenti e le vicessitudi che completano questo studio, sarei la persona meno indicata e quindi scrivo per testimoniare il tentativo quanto più prossimo di raggiungere l’assenza di arché.
Potrebbe sembrare altroché folle farne un elogio, e quindi la tratterò come un’elegia e, sebbene la Sonata di Giovanni, l’Elettroshock, il Cercatore d’oro e il Bacio di Janina di Paolo mi hanno intriso e trapassato le membra come sempre succede a chi subisce passivamente la musica, l’osservazione in questo caso è stata attiva, sveglia e “scrutante”.
Piano e chitarra poi, gradendo al gusto dei toni alti e striduli delle corde nevralgiche, hanno eretto una torre tutta loro che neanche Hoffmannstal nella sua rimasticazione degli atti epici avrebbe fatto. Tesi verso.
La poetica è a volte dissacrante altre più sciolta, più carica di eros più viva e non ottenebrata dal tempo morte vita di un sogno. Il processo di ricerca dell’universale è lungo e infinito, quindi biasimare chi l’ha intrapreso con tanta foga è un fallo, o forse, invidia di essere così coraggiosi da tuffarsi nell’abisso delle ferite e tragedie vissute dall’essere e nascoste e mascherate a molti per tutta la propria esistenza, in questa ontra di corpo, in questa incarnazione disincarnata.
La ricerca di superare il tempo e lo spazio in musica senza senno è una forza, una spinta alla saggezza, una spinta verso l’immortalità.
L’essere sensibili al continuo inneggiare del nulla ci lascia senza fiato, insostenibile leggerezza dell’essere o come direbbe Battaille “Suspendù danse una vide realizé”, ecco perché si continua a perdersi nella ruota del Samsara per fuggire, sfuggire all’orror vacui che avanza inesorabile.
Il très d’union di Giovanni e Paolo è Vivaldi, ma guai a sfidare gli dei che cacciano i fulmini dall’alto e ci lasciano eternamente derisi per il gusto della critica scimmiotteggiatrice d’ispirazioni.
Il risveglio della Suonata in Adagio Libero lascia subito trapelare il brivido un po’ russofilo delle levate di Giovanni, il freddo dell’alba che lo punge e a volte percuote, insomma che lo spinge alla transumanza…
La malinconia di Con Semplicita che segue rimanda ai disegni di Durer…e con semplicità ci porta verso La Coppa di Rose di Rilke

Iracondi vedesti schizzar fuoco, due ragazzi
Avvinghiarsi in un groppo solo ch’era
Odio e si rotolava sulla terra
Come bestia assaltata dalle api;
mimi vedesti, fanfaroni tronfi,
cavalli furiosi che stramazzano,
gli occhi stravolgono, mostrano i denti
quasi dal muso si staccasse il cranio.

Ma ora sai come questo si dimentica:
perché hai davanti , colma e inobliabile,
la coppa delle rose che gli estremi
ha in sé dell’essere e del declinare,
porgere, non-poter-mai-dare, esserci,
che può anche esser nostro: anche per noi estremo.(…)

ma poi è il sogno dell’alba che si introduce, che spinge piano verso una rinascita, verso un mondo fatto di scherzi, sorrisi disincantati ostacoli controcantati da pianoforte e chitarra, pungenti spilli nel senso, nei sensi instillano il seme del rammarico che si riscatta, della puntura di uno sciame d’api e mentre corro per sfuggirle un fiume come un’oasi mi dà la speranza, un turbine interno che mi trascina verso la corrente…verso il Rondò.
Il Rondò è come il correre dell’uomo sulla zattera nella corrente, un rafting verso un non-so-ché tremendo in arrivo, è quel lanciarsi senza posa, tra l’uragano della techné che lo circonda e assale, ma non c’è qui Majakovsky a declamarci “Il ponte di Brooklin” ma Giovanni a lasciarci sospesi in un’atmosfera kafkiana.
Il cercatore d’oro ex abructo entra in un’eroica impresa come uno squarcio…in folle corsa verso il suo sogno omerico, con il magico scettro dell’inutilità dell’esistenza che fa da testimone in questa folle, folle, folle corsa verso la sera. Dove l’uomo riflette delle proprie azioni e ne ascolta gli effetti, non senza un velo di tristezza, ma dolcemente. Si attornia nel disincanto di una bolla d’aria che perforata si sgonfia lentamente e quasi come rigurgito d’immenso, si placa. Levando gli ultimi singulti di un giorno tra le tenebre dell’incoscienza per poi ripartire al galoppo, per una corsa rinsaldata, diretta ad un’oasi di celebrazione che si assopisce in un batter di ciglia.
Percorso intro soave, l’altro da se eccheggia in un mandolino, tarantella i moti d’infanzia di Paolo nella terra arida della calabria risuonando a festa fin su in questa danza lotta, nel disequilibrio di un senso antico inespresso dell’eros che avvolge, verso un inno alla gioa o alla ricerca di chè? Ricerca di un senso nelle ambientazioni caute prudenti di una conoscenza ardita, celebrata da tutti ritualmente senza quel quid che l’autocelebra da se, incondizionatamente.
Unautodafè che tarantella con il vento, mentre l’elettroshock Artoudiano cavalca simbolo vero di una techné imperante, di una costrizione fordista nella danza, danza, danza…bailà gioco di senso, baila pasion.
L’Alaap iniziale traforma la chitarra in un sitar, tra giochi Himalaiani e le sponde di Benares una raga raffiora e parte l’introduzione de Il Bacio di Janina, memorie storiche alla Ravi Shankar che ruotano ruotano ruotano e sono mille bolle che emigrano…coraggio, carpe diem, all’erta! Vai di fronte agli ostacoli, vai in discesa nella grotta di Pinocchio entrato nella balena dell’essere che si dimena nella carne fino a prenderne possesso! E tuttauntratto, le campane suonano in un raccoglimento che si spegne, e quei lumini con un bouquet fiorito piano piano si disperdono, in fondo, in fondo alle foci del Gange…

qui si può trovare la suonata di giovanni http://www.giovannidettori.com/download.htm

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