Pasqua e la Finestra sul Prossimo Momento

È Pasqua. E qualcosa mi ricorda tutti quei quadri che rappresentano la storia di Gesù nella via crucis, i passi di sofferenza, il golgota, la resurrezione… la liberazione della sofferenza.

Ne faccio una mia interpretazione, osservo i miei momenti di sofferenza, quei sottili momenti d’insoddisfazione, di resistenze verso la realtà che a volte provo e che mi allontanano da quello stato di serenità che ci avvolge tutti, quando siamo in pace. Guardo e sento quella luce che s’illumina dentro, quanto più si amplificano dentro di me stati di benessere, di fiducia verso il futuro, di gioia. E poi ricordo quegli stati di paura, di rabbia, di tristezza che anch’essi accompagnano l’esistenza, che sono parte del nostro essere qui vivi e reattivi.

Eppure sono passati duemila anni e nessun insegnamento che ci è arrivato dalla religione cristiana ci ha portato alla liberazione totale di questi stati di sofferenza. Non c’è una totale liberazione, almeno, in vita. Ognuno di noi sembra debba passare attraverso questo stato di sofferenza per conoscerlo, per accettarlo, per comprendere che è parte di questo eterno presente che a volte ci angoscia, ci lascia appesi a un filo che spesso non riusciamo a controllare, a tenere per mano, ad arrotolare tra le dita e sentirne la sua stoffa, la sua consistenza, la sua elasticità, la sua forza.

Questo eterno presente che sta di sottofondo a ogni nostro passo, a ogni nostro stato di stasi, ci spaventa o incuriosisce. Su questo sguardo nel mistero del prossimo momento ci sono attimi di grande curiosità, come dei bambini con occhioni aperti ci affacciamo alla finestra del prossimo momento, a volte con un terrore che ci blocca. Ecco questa finestra sul prossimo momento la riempiamo di emozioni, di energia di movimento, d’impulso verso la finestra dell’attimo dopo. Mentre guardiamo quest’istante, siamo anche influenzati dallo stato del nostro corpo: tensioni, formicolii, blocchi, sensazioni fisiche piacevoli, spiacevoli, dolore o piacere.  Poi ci sono i grandi afflussi di energia, che ci spingono su quella finestra del prossimo momento con rabbia e allora proseguiamo con quell’energia di lotta, come se volessimo sbarazzarsi di questa finestra e trovarne una con un diverso panorama. Se per caso abbiamo paura, ci giriamo indietro per non guardare questa finestra e cerchiamo di ricordarci le altre, quelle che abbiamo vissuto nel passato, quelle che ci hanno segnato per la loro terribile immagine o per la loro bellezza. E sempre qui, non ci allontaniamo tanto, siamo sempre su questa finestra che si affaccia al prossimo momento, a volte fuggendo, illusionandoci di ciò che sarà, creando un panorama che non esiste nell’ora, creando una scenografia d’immagini per riempire il deserto che vediamo da questa finestra.

 Altre volte la tristezza ci fa scendere con il mento sul davanzale, ci fa marciare a ritroso dentro di noi per non guardare, quasi a dire fermiamoci qui, per l’eternità. 

Quando la gioia ci pervade invece, è come se una cascata di acqua ci viaggiasse dentro, rimaniamo a saltare su quella finestra, facciamo su e giù da quel davanzale, ci spingiamo fino al prossimo momento senza guardare, come impossessati da una droga che ci ampia la pienezza e ci fa sentire uniti alla finestra… e apparentemente sono i più belli, quelli in cui ci si può sbucciare un ginocchio senza accorgercene, in cui sia quel che sia io vivo, vivo! Bruciamo di vita, ci consumiamo senza riserve, senza nessun senso di economia energetica, senza nessun freno inibitorio. In girum imus nocte et consumimur igni . Un fuoco energetico ci pervade e la finestra diventa un portone tanto largo da non percepire più i suoi margini, diventano sfumati. Poi quella cascata si allevia e ci pervade la calma, torniamo con stanchezza a guardare la nostra finestra che nel frattempo ha ripreso le sembianze normali, anzi quasi più piccola. E così la nostra percezione della finestra sul prossimo momento si trasforma, cangia a seconda del nostro stato d’animo, del nostro stato chimico biologico, del nostro stato mentale.

Ora guardo quella finestra seduto, vedo una palma a distanza, il mais che si muove con vento in un campo, le cipolle in un altro, un cactus fermo immobile e dei muri bianchi. Al di la dello sguardo, il cielo azzurro patinato di nuvole. Nessuna nutria.

Ritorno ora a quei momenti in cui ci s’ingrossano gli occhi e un leggero brivido ci lascia curiosi sul prossimo momento, su cosa sarà il secondo che ci aspetta dopo, un sorriso mi estende il viso e allarga i margini della finestra, come se appoggiandomi sopra di essa fosse morbida, confortevole e come se sentissi un’onda che spinge verso la baia, lenta e inesorabile. Un’onda senza errore, senza forma, senza un contorno definito e con una sostanza in continuo mutamento. A volte mi sento più una nuvola, più rarefatto, mi affaccio alla finestra senza appoggiarmici, sospeso e immobile mentre tutto ciò che circonda è come si muovesse, attimo dopo attimo sul prossimo momento, leggero e informe, raramente percepisco l’entità da cui sorge tutto ciò. Ineffabile come la luce, incomprimibile come quella sensazione di essere una nuvola abbarbicata senza artigli dentro la finestra del prossimo momento e leggiadro mi muovo in essa, ma più che un movimento è una tensione verso, uno slancio verso l’istante che ancora non c’è, come se avessi una brezza soave che mi spinge di poppa. È sto fermo a guardare attimo per attimo mentre tutto si muove, mentre sento lo scandirsi di un movimento indefinito dentro, come onde vibrazionali che mi trapassano le membra, che mi danno il senso di esserci in questa essenza incompresa ed eterea, in questo delucidarsi di percezioni sulla finestra del prossimo momento. E mi sento lì, pieno, incantevole, libero e liberato per un tempo indecifrato.

Poi ritorno a pensare al golgota, al cammino di quell’uomo chiamato Gesù, alla sua rappresentazione. Penso ai due ladroni, come all’accettazione o meno della coscienza di questa realtà che ci pervade. Alla foto ricordo di questo dualismo, per poi tornare nuvola e riprendere lo sguardo sulla finestra del prossimo momento che per un attimo nel ricordo del golgota era svanita, o almeno, era scomparsa alla mia percezione, come se per un attimo mi fossi allontanato per tornarci più consapevole, più realista. E per farlo me ne sono allontanato. Che strano vivere di questa percezione del prossimo momento, che negli attimi in cui si prova quell’emozione di generosità si allarga, fino a comprendere l’essenza di ciò che è la percezione del mio corpo in quel momento. Quando provo gratitudine per la vita invece, per una persona, per una comunità, o per un semplice fatto che mi accade, quando provo quell’immensa apertura che la gratitudine crea dentro, mi affaccio alla finestra spalancata come un fiume in piena che ci passa attraverso, tuttavia senza attraversarla e forte è quel rumore dell’acqua che avanza sulle pietre e mi sento un tutt’uno con esso, fruscio dopo fruscio, istante dopo istante, attimo dopo attimo, nella finestra sul prossimo momento.

E quindi quando proviamo stati di sofferenza, percepiamo questa finestra ristretta, angusta, come un cappio, come una croce. Un inconfortabile stato di assenza di luce, i colori al là da quella s’ingrigiscono, perdono la brillantezza, i profumi diventano pungenti e fastidiosi, si provano sensazioni disgustose del palato, ribrezzo sulla pelle e i suoni si fanno inaccettabili e stare sulla finestra sembra più essere sull’orlo del baratro, in un abisso senza speranza, in un tunnel senza fine. Poi però questo stato, che è impermanente cambia, ed è come una resurrezione. Ci sentiamo come liberati di questa meschina esistenza e ci affacciamo alla finestra come se fosse un’esistenza nuova, come se questo dualismo tra la morte e la vita fosse scandito dal nostro essere lì a guardare l’istante che arriverà e il colore della nostra percezione ci indica se andiamo verso la morte o se verso una vitalità più ampia.

La finestra diventa la nostra cartina di tornasole e quanto più ci approcciamo a essa con benevolenza, con accettazione, tanto più ci troviamo liberati da uno stato che ci opprime e che stringe il nostro sguardo.

Mi emerge dalla coscienza un verso dei sonetti di Shakespeare(28):

Come posso ritrovare pace

Se il ristoro del riposo mi è negato,

Se l’affanno del giorno non è alleviato dalla notte,

E l’uno e l’altra mi opprimono nella loro contesa?

Entrambi, sebbene l’un l’altra ostili,

si accordano per torturarmi:

l’uno con la fatica, l’altra col rinfacciarmi

Ch’io m’affatico sempre più lontano da te.

Io dico al giorno, per compiacerlo, che tu sei luce,

E che di luce gli fai grazia quando nembi il cielo oscurano;

E alla bruna notte io dico, per blandirla,

Che, se manca chiaror di stelle, sei tu a indorare la sera.

Ma ogni giorno prolunga la mia pena,

E ogni notte aumenta il mio tormento.

 

 

E lui in questi frangenti in cui si trovava pessimistico riguardo all’esistenza, vedeva solo sofferenza, il golgota, la croce. La sua finestra sul prossimo momento era oscurata, buia, decrepita.

Invece, mentre la semplice curiosità ci attraversa le membra e ci apre gli occhioni verso un orizzonte misterioso, verso ciò che avverrà, sento un’apertura. È come se le nostre mani ampliassero i margini di quella finestra e i nostri occhi grandi rendessero questi istanti di grande importanza, e qualsiasi cosa ci accade, rimane solo il frutto di un esistenza che va vissuta così com’è.

Ritorno a essere una nuvola sulla finestra, leggero e per un attimo penso a come anche tu come me, mentre leggi, ripassi tutti questi stati dell’essere, da come in cosi poco tempo anche tu,  abbia passato queste sensazioni dentro di te. In questo viaggio che è la vita e che abbiamo ripercorso sul nostro golgota temporaneo. Insieme ci siamo approcciati sulla finestra sul prossimo momento, su quella finestra che sembra diversa per tutti, ma che poi ci lascia la stesse qualità di fondo. Rimaniamo uniti in questo piccolo viaggio insieme e poi ci rimmergiamo ognuno alle nostre finestre sul prossimo momento.

Lentamente cerco di ritornare nuvola, lascio andare la pensantezza di questa consapevolezza, per riandare a guardare il mais che svolazza, il cielo cangiante, il vento che mi sfiora la pelle e mi rende presente su questa finestra.

Ascolto un suono, il suono di fondo tra i rumori della vita, un sussurro di fondo che è sempre con noi, che è di base al rumore delle macchine in lontananza ora; all’abbaiare di un cane, al cinguettare di uccellini, a quel fruscio che il vento crea. E’ come se approcciarsi a questa finestra sul prossimo momento sia con una tensione leggera, laddove è chiara la sua relazione tra la percezione della finestra e ciò che avviene al di là di essa.

E il naufragar… mi è dolce in questo mare…  

 

dedicato a Miten

 

la finestra sul prossimo momento.JPG

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