#2 Il mio vicino, Il Mullah. Una piccola riflessione

C’è un pò di fresco che entra nella stanza la mattina presto, l’aria asciutta e secca, il canto degli uccelli, il rumore del traffico, le grida di quello che raccoglie l’immondizia, l’urlo di quello che vende i cetrioli, il gallo e tutto ciò… dopo il primo canto del mullah… il mio vicino.

Credo che una delle forze di questa religione, che ha più di un miliardo di persone aderenti, è senza dubbio il ritmo serrato della preghiera che permette agli appartenenti alla comunità di fare ordine dentro di se costantemente, spazzare via i pensieri, per focalizzarsi su ciò che è al di là di ogni piccolo pensiero, di qualcosa di più grande.

Immagino il tempo in cui si diffuse l’islam, alla capacità di mettere ordine nelle comunità nomadi e non, al suo invito a fermarsi per 10 minuti 5 volte al giorno e andare al di là delle umane dispute, a superare l’andamento intensivo e ossessivo dei loro commerci, a strapparli dall’alienazione del quotidiano.

Il canto del mullah, che inizia alle 4 della mattina e che può essere un lamento, un sospiro di gioia, un espressione di rabbia o una richiesta di ordine, lo guardo in maniera catartica. Da un punto di vista teatrale, direi che permette alla comunità, al suo uditorio, di riconoscersi in quella particolare emozione, in quella parte della giornata in cui avviene, per liberarsi da essa. 5 canti al giorno che hanno la funzione dell’ I Ching, di far emergere alla coscienza lo stesso stato che il mullah sta vivendo o interpreta con la sua sensibilità verso la comunità. La sua è una Funzione magica. Tecnicamente Taumaturgica.
Un canto mistico.
In teoria, dovrebbe essere una persona saggia e sensibile che si lascia trapassare dagli umori degli abitanti del villaggio e che l’interpreta e li trasforma portandoli al di là, facendoli trascendere per un attimo, dandoli la possibilità , attraverso il canto cinque volte al giorno, tutti i santi giorni; di sollevarsi, di essere supportati e a volte, di liberare i demoni interiori che affliggono gli abitanti.
Il mullah è il sensibile regista di questa drammaturgia, taumaturgia, traumatologia…

Quindi il mio vicino ha questa grossa responsabilità. lo rispetto per questo. un compito difficile soprattutto in questo momento in cui la comunità si allontana un pò dalla moschea, in cui i giovani guardano altre strade, puntano ad altri esempi da imitare, magari totalmente opposti.

dovrò chiedergli il nome… non ce lo siamo detti.

e sento i suoi cambiamenti interiori, lo ascolto tutti i giorni, mi seglia con il suo canto.

oggi era gioioso, si è svegliato bene e la risonanza di ciò, la gioia di un altro, se non si è troppo immersi nel proprio universo interiore, si trasmette anche a noi.

il suo impatto, nel semiconscio della mente che si sveglia, è significativo. un imprinting che avviene nel momento in cui le difese sono quasi nulle trasmettendo una tonalità emozionale, un sottofondo affettivo. E’ diverso dalle campane, esse hanno un effetto di risveglio.

Avere di sottofondo le campane o un canto, ad orari stabiliti, riconosciuti da tutti, permette l’ordine nel chaos dell’esistenza.

Per quelle persone tetubanti sulla religione, il giorno che subiranno un crollo, faranno presto ad andare alla moschea, perchè è di sottofondo alle loro vite e nel momento in cui uno cerca un sostegno, può andare li, è costantemente a sua disposizione, quando ha bisogno di aiuto.

mentre scrivo è scoppiato qualcosa, forte.
salgo sul terrazzo e vedo le donne del vicinato che chiedono cosa è successo, in queste situazioni lo shador viene meno.
Dal terrazzo normalmente nessuno si può sporgere, non si può guardare nei giardini degli altri, violare la privacy con il proprio sguardo. ci potrebbero essere donne in desabille, senza shadori.
In un momento d’ermergenza come questo salta la regola…
nelle strade le macchine si muovono regolari, gli operai continuano a lavorare e non si sentono spari.
forse è scoppiato qualcosa del gas o altro, ma non si vede nulla e apparentemente non c’è pericolo.
scendo giù per chiedere a qualcuno e incontro il mullah che aveva appena cantato. un canto secco, irrequieto, da mezzogiorno…
mi chiede cosa faccio in questa casa. gli rispondo che insegno psicologia in università e che questa casa è anche ufficio, che magari qualcuno arriva con dei problemi e mi chiede consiglio.
gli chiedo il suo nome, mi pare abbia detto: Abdulsalat.
poi mi fa la fatitica domanda: sei musulmano?
tetubo un pò, sto per rispondergli che credo alla religione del cuore, ma poi gli rispondo che Allah è uno e lui mi ringrazia, in inglese…
poi mi dice che è l’Iman della moschea e naturalmente gli rispondo che lo sapevo, che lo sento tutti i giorni(ed è per questo che lo saluto quando lo vedo).
tutto è uno.
L’unità.
Ognuno la può chiamare come li pare, tanto si tratta dell’esperienza di unità che è al di là delle categorizzazioni mentali. è un’esperienza che poi tramutiamo in parole, che trasformiamo in costrutti mentali per comunicarla.
ci avviciniamo, piano piano.

il mio vicino abdulsalat, il mullah.

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